Ready Player One: recensione poco oggettiva di una nerd anni ’90

Chi ha letto l’About me già lo sa, ma oltre ad amare libri e fumetti adoro andare al cinema, e Ready Player One è stato la mia ultima visione in sala.

In realtà non ero neanche tanto convinta di andare a vederlo, figuriamoci scriverci una recensione. Certo il film era di Steven Spielberg, il mio regista preferito (in questo caso sono gioiosamente mainstream!) ma non ho mai davvero bruciato di passione per le trame futuristiche a base di realtà virtuale (devo ancora vedere Tron, d’uh). Ma tanto lo sapete come va: un gruppo di amici decide di andare, è già troppo che non entri in sala e in fondo stiamo parlando di Spielberg, quindi se capita l’occasione perché dire di no? Così sono andata all’Odeon di casa per vedermi questo Reader Player One, senza particolare eccitazione ma pronta a godermi qualche ora di buona vecchia narrazione spielberghiana. A una recensione non ci pensavo proprio, volevo solo bermi queste tre ore di avventure e buoni sentimenti da un uomo che ha girato storie che adoro.

Il film inizia. Scopriamo subito che l’America è ormai in rovina e nessuno ha più voglia di lottare per risolvere i problemi.

Il nostro solito ragazzino sfigato vive la sua classica vita altrettanto sfigata (saremo anche nel futuro ma certe cose non cambiano mai), e già arriva il primo deja-vù: ma guarda, vive con la zia disgraziata e il suo orrido fidanzato. Non hanno un figlio viziatissimo e odioso ma quanto mi ricorda Harry Potter! Vabbe’, in fondo mica è la Rowling ad aver inventato i ragazzi sfigati e orfani che vivono con zii tremendi.

Poi Wade Watts, il ragazzino in questione, saltella da una scala all’altra della pseudo-baraccopoli disastrata in cui vive e la scena è girata in modo tale da ricordarmi certi videogiochi del mio amatissimo GameBoy Color (quello che aveva bisogno di una fonte di luce vicina per vederci qualcosa se giocavi di sera, e finivi comunque tenendo lo schermino a un palmo di naso). Una cosa carina, ma c’era da immaginarlo visto che parliamo di un film con di mezzo realtà virtuale e Spielberg, che non è esattamente un bischero a caso quando si tratta di cultura pop – diciamo che riguardo a questo tema è piuttosto un mostro sacro del panorama mondiale, ecco.

 

RPO, Wade nel mondo reale, USA

Wade nel mondo reale, o anche “un nerd maschio che assomiglia effettivamente a un nerd maschio medio” (con qualche brufolo e chilo in meno, ma parlando di Hollywood ci accontentiamo)

 

Ci viene presentato Oasis, il videogioco in realtà virtuale nato appunto come un gioco e diventato ormai una scappatoia dal mondo reale per… be’, per tutto il blogo terracqueo a quanto pare, America in primis. Al suo interno le persone vivono avventure tra i tantissimi mondi a disposizione, fanno amicizia e guadagnano il denaro del gioco, che permette di comprarvi oggetti utili e potenti. Come se non bastasse, però, adesso Oasis fa gola anche a chi ha poco interesse per i videogiochi: il suo creatore, il geniale scienziato James Halliday, è morto lasciando detto nel suo testamento che i diritti di Oasis (e quindi i big money a esso legato) andranno a chi supererà per primo una serie di prove create da lui stesso all’interno del gioco. Finora nessuno ci è riuscito, neanche la gigantesca compagnia rivale che vuole prendere Oasis e trasformarlo in un coacervo di pubblicità .

Wade fa parte di quelli che tengono duro e nonostante l’apparente impossibilità delle prove insiste nel riprovarci ogni giorno, nella speranza di diventare il padrone del suo amato Oasis e magari guadagnare quei totmila dollari in grado di portarlo lontano dalla baraccopoli fatiscente dal quale non vede via di scampo.

Ci sono tantissimi elementi cari a Spielberg, che si presta volentieri al digitale girando un film che passa dal live-action a una (molto più lunga e corposa) parte nel mondo virtuale, che persino una non appassionata al mezzo come me ha trovato impressionante. E mentre la storia procede, le prove si alternano e i personaggi si rivelano a un tempo classicissimi e comunque più che capaci di appassionarti, snocciolando un inno alla cultura pop dell’ultimo secolo che farà impazzire tantissimi e tantissime nerd. Ce n’è per tutti, da film – la sequenza all’Overlook Hotel è IMMENSA ragazze, IMMENSA, e ho l’impressione che Spielberg si sia divertito da matti a girarla – ai videogiochi (soprattutto i videgiochi, ma data la natura di Oasis mi sarei stupita del contrario) e con un occhio di riguardo notevole al mio amato Giappone, cosa prevedibile considerato quanto è ed è stato fondamentale per il mercato videoludico.

 

Ready Player One Gundam

GUNDAM (io neanche lo guardavo e quando l’amico giapponese si trasforma mi stavo comunque sciogliendo in una pozza di meraviglia – misteri)

 

Detto questo, il fatto è che in Ready Player One c’è amore. Amore per le storie, per i giochi, per quel qualcosa che contengono e riesce a trasformarci in bambini anche quando cominciano a spuntare i primissimi capelli bianchi, si parla del Liceo senza usare il presente per sbaglio e certe scene invece che tirarti “solo” fuori un wow pieno di meraviglia ti fanno pure venire il magone. C’è amore nei discorsi appassionati di Wade su Oasis, certo, ma lo vedi anche in dettagli di trama che spiegano come mai ho finito per amare tanto questo film, per esempio i nerd appena under 30 che lavorano per i cattivi e davanti a Wade che non riesce a infilare l’ultima chiave nel portone che gli schiuderà la fine del gioco urlano e lo incitano con un entusiasmo che chiunque abbia mai giocato ai videogiochi in gruppo conosce bene.

Scene e momenti che raccontati in modo diverso, con un ritmo e un tono meno azzeccati, una sceneggiatura un filo più abbottonata sarebbero apparsi fin troppo dolciastri, affini all’americanata senza pietà. E invece Steven Spielberg ti fa adorare ogni istante, e potendo sarei saltata nel film anche solo per fare il tifo insieme alla ragazza che sembra una Ginny Weasley con i muscoli e si gasa come non mai davanti all’impresa di Wade.

Ci sono tante scelte secondo me indovinatissime, come il mettere tutti a giocare i vecchi videogame anni ’80 davanti a un  televisore datato invece di fargli attraversare le ambientazioni dei giochi come succede con le scene pazzesche nell’Overlook Hotel, per poi veder cadere i giocatori nel ghiaccio che si apre a botola sotto di loro quando sbagliano, in un ulteriore meta-rimando a quei giochi.

E vogliamo parlare degli effetti speciali, della qualità visiva del film? Spielberg con Ready Player One prende e dice a tutti che lo streaming online legale e non possiamo mettercelo allegramente dove non batte il sole, perchéla magia di una bellissima storia su uno schermo gigante e in una sala buia sono proprio un’altra cosa.

E io che al’inizio pensavo “vabbe’ dai, tanto tra pochi mesi lo metteranno su Sky On Demand” mi sarei data uno schiffo, di quelli per tornare in te.

 

ready player one wade verso Oasis

Wade pronto per Oasis

 

Tutto questo per me è una cifra del grande Maestro che sta dietro la macchina da presa, almeno per il modo in cui ho sempre vissuto i suoi film, e lo è ancor di più una certa scena dell’ultimo atto che non vi spoilero e che se anche non avessi saputo chi era il regista me l’avrebbe fatto capire.

Vedi Spielberg a chiare lettere anche nella seconda parte della storia, dove l’amicizia tra i personaggi diventa il motore attraverso il quale vincere la sfida e combattere i Malvagi. Possono riuscire nell’impresa solo stando uniti, e per quanto questo messaggio ormai ci venga ripetuto in tutte le sale Spielberg riesce sempre a renderlo grandioso ed emozionante.

Ed è estreamente spielberghiano anche il finale, perché ti fa notare un messaggio che a ben vedere fa capolino per tutto il tempo, come in ogni sceneggiatura riuscita: le storie sono meravigliose, è incredibile viverci dentro e a volte ti possono salvare la vita (o aiutarti a evitare cose simpatiche come la depressione clinica) solo che non richiedono di rinunciare alla vita al di fuori di esse. Le storie non sono un con noi o contro di noi, piuttosto ti dicono “vivi la tua vita al massimo, noi ti staremo sempre vicine”. Si può adorarle e viverle a pieno, ma non perché questo occorre rinunciare a ciò che si trova nel nostro mondo. E Spielberg questo lo dice chiaro e tondo, facendomelo amare ancora di più.

Detto questo, secondo me è innegabile che a livello di resa le scene del finalissimo sono un po’ pasticciate e fanno stridere il parallelo reale/virtuale, liquidando un po’ troppo velocemente il secondo. Come dicevo, però, io sinceramente il messaggio “la finzione è bella ma non esclude il mondo esterno” lo avverto forte e chiaro per tutto il tempo. In primis in tutti i rimpianti legati alla vita e i rapporti reali che Halliday, lo scienziato creatore di Oasis, non riusciva a far funzionare, ma anche guardando gli adulti ossessionati dal gioco, come i tipi che si rendono ridicoli nelle scene iniziali e il tremendo zio di Wade che lo utilizza alla maniera di un gioco d’azzardo. È un peccato che il finale non riesca a coronare bene questo messaggio, ma non toglie davvero fascino al film, che resta un grandioso prodotto d’intrattenimento e un racconto appassionante.

Insomma, ve lo consiglio? Se amate il cinema di Spielberg e/o la cultura pop assolutamente sì.

Se semplicemente apprezzate le belle storie e non siete allergici a una di queste due cose toglietevi il dubbio e dategli una chance. La merita.

6 Comments

  • Bruna Athena
    maggio 20, 2018

    Non so se guarderò il film, perché sono più che sicura di voler leggere il libro 😀

    • Giulia M.
      maggio 20, 2018

      Ho sentito un sacco di opinioni diverse al riguardo, in caso sono curiosissima di scoprire come ti è sembrato!

  • Chiara Pancaldi
    aprile 22, 2018

    Io amo Spielberg ma alla fine ho deciso di non andarlo a vedere al cinema, come dici tu però voglio dargli almeno una possibilità dal divano di casa! 🙂

    • Giulia M.
      aprile 22, 2018

      Vedrai che un’occhiata la merita, può far passare delle ore molto spielberghiane! ; )

  • Francesca | Chicks and Trips
    aprile 10, 2018

    Ero molto indeisa se andarlo a vedere o no, l’ultimo di Spielberg (The Post) mi ha delusa tantissimo! MA letta la tua recensione, mi sa che andrò… 😉

    • Giulia M.
      aprile 10, 2018

      Secondo me vale proprio la pena dargli una chance, soprattutto se non ti dispiace il mondo nerd anni ’80/’90!

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Giulia Magagnini

Giulia Magagnini a febbraio 2018

Giulia. Potete trovarmi con il naso perennemente affondato in un libro e la testa (dura) tra le nuvole, vere e immaginarie. Sono toscana, dipendente dal mare e affetta da Mal di Giappone.
Adoro i luoghi capaci di trasformare l’immaginazione in realtà, gli aereoporti e i cibi speziati.

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